incesto
Zia Jenny #3
Efabilandia
12.02.2026 |
39.188 |
1
"Ogni tanto infilavo un piede scalzo sotto il tavolo, sfiorandogli l'interno coscia, sentendolo indurirsi di nuovo sotto i pantaloni..."
Sabato mattina, il cielo sopra Roma era limpido e freddo, di quel febbraio che morde le guance ma promette sole. Partii presto, l'auto che scivolava silenziosa sull'autostrada verso nord, direzione Gubbio. Indossavo il body di pizzo nero che avevo scelto apposta per lui: aderente come una seconda pelle, la trama fine che modellava il seno sodo e alto, lasciando intravedere i capezzoli già turgidi sotto il tessuto sottile. Sopra, un trench leggero color camel che si apriva a ogni movimento, rivelando le calze autoreggenti nere con bordo di pizzo e le scarpe con tacco alto, nere, affilate, che facevano clicchettare i miei passi come un invito ritmico. Il profumo di sandalo carnoso mi avvolgeva: caldo, speziato, con quella nota di cuoio bruciato e muschio umido che si intensificava col calore del mio corpo. Sapevo che l'avrebbe sentito prima ancora di vedermi.Arrivai alla tenuta nel primo pomeriggio. Una villa di pietra antica immersa tra ulivi e vigneti, il cancello di ferro battuto che si aprì silenzioso. Lui era lì, ad aspettarmi sul vialetto di ghiaia, sportivo e rilassato: pantaloni chino beige, maglione di cachemire blu navy che gli modellava il petto ampio, capelli grigi pettinati all'indietro, un sorriso calmo ma affamato negli occhi. Sessant'anni portati con eleganza, il corpo ancora tonico grazie al tennis e alle passeggiate in collina. Mi vide scendere dall'auto, il trench che si aprì lasciando intravedere il pizzo nero, e il suo sguardo si fece subito scuro di desiderio.
Non ci furono convenevoli. Appena richiusi la portiera, lui mi venne incontro in due passi. Le nostre lingue si incontrarono immediatamente, un bacio profondo, urgente, le sue mani che mi afferrarono i fianchi sotto il trench, le mie che gli afferrarono il collo. Sapeva di caffè e di dopobarba legnoso, un contrasto perfetto con il mio sandalo dolce e animale. Gemetti piano nella sua bocca, sentendo già il calore montare tra le cosce.
Mi guidò dentro, su per le scale di pietra consumata, fino alla camera padronale. Letto enorme con lenzuola di lino bianco, finestre che davano sui colli umbri, luce dorata che filtrava dalle persiane socchiuse. Appena la porta si chiuse, gli slacciai la cintura con dita tremanti di impazienza. Si tolse il maglione, rivelando il petto villoso e ancora muscoloso. Mi inginocchiai sul tappeto morbido, gli abbassai i pantaloni e i boxer insieme. La sua virilità era già semi-eretta, spessa, venata, con quella maturità che mi faceva impazzire. La presi in bocca lentamente, la lingua che tracciava la lunghezza, assaporando il gusto salato e caldo della pelle, il profumo muschiato maschile che mi riempiva i sensi. Succhiavo con dedizione, alternando movimenti lenti e profondi, sentendolo indurirsi completamente nella mia bocca, pulsare contro il palato. Lui gemette basso, le mani nei miei capelli, ma senza forzare: mi lasciava il controllo, e questo mi eccitava ancora di più.
Quando fu duro al massimo, gonfio e pronto, mi alzai. Mi tolsi il trench, restando solo col body di pizzo, le calze e i tacchi. Lui si sdraiò sul letto, io salii sopra, le ginocchia ai lati dei suoi fianchi. Presi la sua virilità in mano, la posizionai all'ingresso della mia intimità già bagnata, e mi calai piano. Scivolò dentro di me con facilità, riempiendomi completamente, caldo e spesso. Iniziai a muovermi, prima lento, poi sempre più veloce, i fianchi che roteavano, il pizzo che sfregava contro la sua pelle. Lui afferrò i miei seni sopra il body, pizzicando i capezzoli attraverso il tessuto, facendomi inarcare la schiena.
«Jenny… rallenta… sto per…» ansimò, cercando di fermarmi con le mani sui fianchi.
Ma io non feci una piega. Continuai, più veloce, più profondo, i gemiti che mi uscivano gutturali. Volevo sentirlo esplodere dentro di me, volevo quel calore liquido che mi riempiva. E accadde: lui si irrigidì, un grugnito roco gli sfuggì dalla gola, e sentii i suoi getti caldi e abbondanti pulsare dentro di me, uno dopo l'altro. Quello mi portò oltre il limite: venni con un urlo di piacere, le pareti che si contraevano spasmodiche intorno a lui, il nettare che colava copioso lungo le sue cosce, un orgasmo violento che mi fece tremare tutta.
Restammo così per qualche minuto, ansimanti, io ancora sopra di lui, il suo seme che cominciava a colare fuori piano. Poi ci alzammo, ci sistemammo appena, e scendemmo per pranzo.
Il pranzo fu sensuale e provocante quanto il sesso. Tavolo apparecchiato in veranda coperta, vista sui vigneti. Ostriche fresche, tartufo nero grattugiato su uova strapazzate, vino rosso corposo. Lui mi imboccava con le dita, io gli leccavo il sugo dalle labbra. Ogni tanto infilavo un piede scalzo sotto il tavolo, sfiorandogli l'interno coscia, sentendolo indurirsi di nuovo sotto i pantaloni. Ridevamo piano, complici, il sandalo che si mescolava all'odore di cibo e di desiderio.
Il pomeriggio fu un susseguirsi di piaceri lenti e intensi. Prima sesso anale: mi prese da dietro, sul bordo del letto, lubrificandomi con cura, entrando piano ma deciso. Gemetti forte, il bruciore dolce che si trasformava in estasi mentre lui mi riempiva completamente. Poi una doccia erotica: acqua calda che scorreva sui nostri corpi, io in ginocchio sotto il getto, leccandogli le palle con devozione. Mi ero innamorata di loro: pesanti, calde, coperte di peli grigi, con quel profumo muschiato intenso. Le massaggiai con le mani insaponate, le succhiai una alla volta, la lingua che tracciava cerchi lenti, sentendolo gemere e indurirsi di nuovo nella mia bocca. Lo feci venire così, leccandogli le palle mentre si masturbava piano, il suo seme che mi schizzava sul seno e sul viso. Lo leccai via tutto, avida.
Non ci rendemmo conto del tempo. Quando alzammo lo sguardo fuori dalla finestra, il sole era già basso, il cielo arancione. Era ora di cena.
Tornammo in camera per vestirci. Lui mi porse una scatolina di velluto nero. «Un regalo per te.»
La aprii, sorpresa. Dentro, un plug anale d’oro massiccio, con una gemma rossa sfaccettata sulla base che brillava come un rubino. Lo guardai, sorrisi maliziosa.
Senza esitare mi girai, alzai la gonna del vestito nero che avevo indossato per la cena, mostrandogli il fondoschiena nudo – niente mutandine, solo le calze autoreggenti e i tacchi. Mi chinai leggermente, le mani sulle ginocchia, offrendogli il mio ingresso posteriore ancora sensibile dal pomeriggio.
«Mettilo dentro,» dissi piano, la voce roca.
Lui si avvicinò, prese il plug, lo lubrificò con un gel fresco che aveva preparato. Lo premette piano contro di me, ruotandolo delicatamente. Entrò con facilità, dilatandomi quel tanto da farmi sospirare di piacere. La gemma rossa rimase visibile tra le natiche, un gioiello intimo e osceno.
Mi raddrizzai, mi girai verso di lui, sorridendo. «Ora possiamo andare a cena. Mi sento… meglio.»
Lo ringraziai con un bacio profondo, la lingua che danzava nella sua bocca mentre infilavo di nuovo la mano nei suoi pantaloni. Le dita trovarono le sue palle, calde e pesanti, e le massaggiai piano, stringendole con delicatezza possessiva, sentendolo indurirsi un’altra volta contro il mio palmo.
«Andiamo,» sussurrai sulle sue labbra. «La notte è ancora lunga.»
Uscimmo così, io col plug che mi riempiva a ogni passo, un segreto bruciante tra le natiche, lui con il desiderio che gli pulsava ancora nei pantaloni. La cena sarebbe stata solo un preludio.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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